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Una settimana con i monaci a Bose PDF Stampa E-mail
Stanchi del viaggio, sazi delle piadine dell’ autogrill, arriviamo a Bose.
Ci accoglie subito un frate: pochi capelli, una barba nera e folta, ai piedi, mentre noi infreddoliti ci coprivamo con felpe e cappucci, dei sandali marroni e in faccia un grande sorriso pronto a darci il benvenuto.
Ciò che ci colpisce subito è il silenzio che riempie i prati verdi e le strade intorno. Ma capiamo immediatamente che non è un silenzio privo di parole o dietro cui ci si nasconde ma al contrario è un silenzio ricco, pieno, che invade la mente di riflessioni e spiritualità.
Ci viene offerto un tè caldo e con questo la possibilità di rompere il silenzio con le nostre chiacchiere ma d’un tratto il suono delle campane, che scandirà per tutta la settimana le nostre giornate, ci chiama verso la chiesa: è l’ora della compieta. Entriamo e al buio ascoltiamo i salmi cantati dalle voci profonde dei fratelli e da quelle sublimemente acute delle sorelle. 
Finita la preghiera è il momento della cena. A tavola ci passiamo la ciotola a vicenda e stavamo già cominciando a farci riconoscere come romani, parlando uno sopra l’altro, quando ci annunciano la REGOLA: parlare uno alla volta e ascoltare l’altro. 
A cena scopriamo cosa ne sarà dei nostri giorni: preghiere, lavoro mattutino e di pomeriggio lectiones divinae.
La sera gli occhi non si chiudono, la voglia di stare insieme è troppa: la mattina dopo un trauma. La sveglia suona alle cinque, ci vestiamo assonnati e usciamo fuori dove ci danno il buongiorno un freddo acuto e una cintura di Orione, insieme al grande e al piccolo carro sopra le nostre teste, nelle quali si sprecano i “ma chi me l’ ha fatto fà! ”.
Arriviamo in chiesa per le lodi e d’un tratto quello che avevamo letto ne “Il nome della rosa” sembra diventato reale: un’atmosfera medievale e una luce particolare emanano dai frati vestiti con una tunica bianca candida. Il momento della preghiera è vissuto nel silenzio più totale, si possono a mala pena sentire le goccioline d’acqua nella fontana vicino all’entrata della chiesa, che come sempre è molto spoglia e sobria.
Ha inizio la mattinata di lavoro. Le ragazze si addobbano come provette massaie: grembiulini e cuffiettine diventano la loro divisa per il resto della settimana. Armate di coltello si apprestano a sbucciare, spezzettare, tagliuzzare e macinare ogni forma di vita ortofrutticola. Gli uomini invece, emanando virile olezzo, accettano e accatastano legna. 
I monaci Natalia e Gian Matteo prendono in mano i due gruppi di lavoro.
Inizialmente con noi sono duri e nel silenzio delle nostre menti si sprecano i soliti “ma chi me l’ ha fatto fà!”. Ma poi gli facciamo vedere di che pasta siamo fatti: loro diventano più propensi alla chiacchiera e al riso e noi al lavoro. D’ora in poi queste quattro ore di lavoro passeranno fin troppo in fretta.
Sarà il pranzo a riservarci altre sorprese. Ci offrono di mangiare in silenzio e noi incuriositi dalla strana proposta, accettiamo. Il tintinnio delle posate e il ritmico sbattere delle mandibole non nascondono l’imbarazzo diffuso per tutta la tavola. Qualcuno mastica in modo troppo rumoroso, a qualcuno cade la forchetta, qualcun altro si sbrodola con la pasta, e le risate vengono trattenute a stento mentre le nostre facce diventano sempre più rosse. Ma alla fine capiamo il vero significato di questi pasti silenziosi: è un modo per riflettere su se stessi, per conoscersi meglio ma per conoscere meglio anche gli altri che ti stanno accanto e comunicano con te per una volta senza parole ma con un linguaggio particolare fatto di sguardi e gesti.
Se dovessimo dire cosa ci ha dato questa settimana le risposte sarebbero tante: tante quanti i pezzi di legna accatastati dai ragazzi, tante quanti i chili di pere tagliate dalle ragazze tante quanti gli spunti di riflessioni che ci hanno dato le lectiones del pomeriggio, tante quante le parole dei salmi che risuonavano in noi per tutta la giornata.
La domenica della partenza arriva anche troppo presto e ciò che più ci fa piacere e che fa anche spuntare le lacrime agli occhi di qualcuno di noi, sono i piccoli regali di questi monaci che nella loro semplicità ci hanno fatto doni grandissimi: dalla cotognata della sorella Natalia alla stretta di mano affettuosa e sincera di Gian Matteo. 
Salutando Bose dai finestrini dei nostri pulmini sappiamo che tornando a Roma portiamo nel cuore novità, magari non ben definite, ma che siamo sicuri che ci hanno cambiato. 

 
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